Furore e declino dell'improvvisazione. Nel concerto pianistico dell’Ottocento

Dana Gooley
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Traduttore: Diego Procoli
Editore: Astrolabio Ubaldini
Collana: Adagio
Codice EAN: 9788834018934
Anno edizione: 2026
Anno pubblicazione: 2026
Dati: 400 p., ill., rilegato

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Descrizione

Nei primi due o tre decenni del diciannovesimo secolo, l’improvvisazione era parte integrante della formazione di quasi tutti i tastieristi e i compositori di livello avanzato, come pure di parecchi musicisti amatoriali. Nessuno si sarebbe meravigliato nell’ascoltare un tastierista o un violinista suonare estemporaneamente nei salotti, nei concerti e nelle chiese. Verso il 1830 si registrò un rapido declino dell’improvvisazione e del prestigio che da essa si poteva ricavare, tuttavia il forte slancio dell’attività residuale la mantenne in vita. Dopo il 1850 il calo fu più deciso e verso la fine del secolo pochi musicisti improvvisavano ancora pubblicamente in altri contesti che non fossero quelli delle chiese. Tuttavia, parallelamente a questo processo storico, il romanticismo letterario diede vita a una nuova, attraente idea di improvvisazione, che conquistò terreno come incarnazione mitica, e non più reale, dell’atto improvvisativo proprio a causa del declino della pratica musicale. Negli scritti degli autori romantici, l’improvvisazione accumulò un sovraccarico di associazioni positive – con la libertà, la spontaneità, la naturalezza – che trovarono espressione nella critica musicale, nella poesia, nei romanzi e nelle opere per il teatro. Il mondo musicale si era lasciato alle spalle le improvvisazioni vere e proprie, ma voleva richiamarle indietro in una sorta di forma ripensata o riflessa. Nessuno incarna questo paradosso meglio di Richard Wagner, che fu profondamente lontano dall’estemporaneità espressiva nelle sue opere, ma che tessé le lodi dell’improvvisazione nel suo saggio “Sul destino dell’opera” e creò per il teatro le figure di due trovatori il cui canto improvvisato è una delle modalità dell’azione eroica. Questo studio vuole ricostruire l’improvvisazione del passato in un’ottica performativa più completa – cioè, con attenzione a tutti i fattori che contribuirono alla significanza dell’evento, ivi inclusi i gesti e gli sguardi dell’esecutore. Attingendo a un corpus esteso e diversificato di fonti d’epoca, Gooley ricostruisce le strategie retoriche e formali che informavano la pratica dell’improvvisazione libera e individua l’estetica che essa sottendeva, e insieme le ragioni storico-sociali che motivarono questa transizione da un’era nella quale il suonare libero era cosa comune, ma passava piuttosto inosservata, a una nella quale la pratica era ridotta ma l’immaginario improvvisativo aveva ampio spazio; da un’era in cui l’improvvisazione incarnava il paradigma di un atto sociale di fruizione musicale condivisa a una in cui rappresentava un ideale mitico di spontaneità, genio e virtuosismo, tipico dell’estetica romantica, che ancor oggi continua a esercitare il suo fascino sull’immaginario musicale contemporaneo.

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